Il nome di Carmelo Imbriani, il suo ricordo, la sua presenza è più viva che mai a Benevento, città che lo ha accolto come un figlio e osannato come un condottiero.
Il ricordo del Capitano è sempre vivo nei cuori dei tifosi della Strega, come testimoniato dalle tante iniziative intraprese per non dimenticare un uomo che ha onorato fino alla fine la maglia giallorossa.
La promessa del Napoli
Nato a Ceppaloni, piccolo comune in provincia di Benevento, luogo che si ripresenterà ciclicamente nella carriera e nella vita di Imbriani.
Carmelo cresce con la piacevole etichetta di promessa nelle giovanili del Napoli, club con il quale arriva a debuttare in Serie A il 27 febbraio 1994, in un match contro il Cagliari, su iniziativa e decisione del tecnico Marcello Lippi. Era una fase particolare per i partenopei, costretti a convivere con il post Maradona, dunque assettati di futuro. Quella ventata di aria fresca che porta con sé giovani come Imbriani, era ciò che serviva.
Dovrà attendere più di un anno per la prima partita da titolare, che giocherà il 14 maggio 1995 guidato da un altro totem del nostro calcio, Vujadin Boškov. Il classe ’76 viveva la stimolante fase della comprensione del proprio io-tecnico: era un attaccante generoso, probabilmente più adatto al calcio contemporaneo che a quello passato, perché dinamico e propenso a muoversi anche molti metri lontano dall'area di rigore. Indole che ne limitava la lucidità e quindi l’incisività in fase realizzativa, ma bisognerà attendere la parentesi al Genoa per affinare questo istinto.
Intanto però, Imbriani riesce ad entrare nel giro della Nazionale Under 21 allenata da Cesare Maldini.
Le cessioni in cerca della stabilità, poi il ritorno a Itaca
Dopo Napoli, Imbriani conosce anche la Serie C, esplorata prima con la Pistoiese, poi con il Casarano.
Al ritorno all’ombra del Vesuvio la posizione e i colori del club sono differenti, dunque arriva l’addio a titolo definitivo, destinazione Genoa, dove Luigi Cagni lo arretra di qualche metro e contestualmente lo consegna alla fascia, permettendogli di valorizzare la propria verve atletica più che cinica.
Segue Cosenza, poi il ritorno nella sua Itaca, ovvero Benevento, la casa che resta tale anche se temporaneamente lasciata. Salernitana e Foggia sono tappe successive ma incapaci di ammaliare Imbriani quanto il richiamo della sua terra, che ritrova nel 2004-2005 e, infine, dal 2006 fino al termine della sua carriera (nel mentre un passaggio a Catanzaro), che lo vede nel 2009 decidere di passare al di là del guado, diventando allenatore.
Il percorso da tecnico
L’allenatore non è chiamato a occuparsi esclusivamente dello stimolo delle capacità del calciatore: deve toccare i cuori e scuotere le menti delle persone, prima che degli atleti.
Il miglioramento professionale va indirizzato parimenti con quello umano. Un lavoro che è meglio se fatto ancor prima, ad esempio in un settore giovanile, perché lì l’attenzione al lato umano è ancora più impattante rispetto alla crescita tecnico-tattica.
Imbriani ne era certamente consapevole, ed è con questo piglio che sposò la possibilità di allenare gli Allievi Nazionali del suo Benevento. Sì, suo, perché il sodalizio giallorosso era il nido dal quale era volato e che ora voleva custodire con le indicazioni forgiate dall’esperienza. Carmelo desiderava parlare agli Imbriani del domani, a ciò che lui stesso era stato, con un fare paterno indispensabile per ragazzi che si affacciano al confronto tra sogni e realtà.
Lo stesso atteggiamento umano e paterno che utilizzò con la figlia, cui disse: “Tranquilla, papà va a fare gol e torna subito”. Stava andando a Perugia a giocare una partita ma non in campo, contro un avversario che non era un uomo. Un percorso che cominciò dopo delle avvisaglie cliniche costatate mentre era in ritiro con il Benevento, questa volta prima squadra (all’epoca militante in Lega Pro), nell’estate del 2012.
Carmelo è volato alto il 15 febbraio 2013, dopo aver ferocemente combattuto con la stessa intensità che ne caratterizzava le galoppate sulla fascia.
Le persone a lui care continuano a ricordarne il personaggio e l'uomo che era, come il fratello Gianpaolo che attraverso l’iniziativa “Imbriani non mollare”, oltre alla recente pubblicazione del libro “La storia di una promessa”, ne onora, diffonde e preserva il ricordo.
Il mito di Carmelo Imbriani resta e si conserva di generazione in generazione. Nel 2021 il nuovo attaccante del Benevento Adolfo Gaich, prelevato dal CSKA Mosca, rinunciò al numero 23 che aveva scelto inizialmente per indossare la numero 7 che fu proprio di Imbriani, affascinato da uno striscione che aveva visto esporre dai suoi nuovi tifosi.
Ciò che è stato solo una parte del suo tragitto, ancora oggi attivo dato che, come sosteneva William Blake, “l’eternità è innamorata delle opere del tempo”. Carmelo è stato un’opera decisamente raggiante.
Come ricordava proprio Imbriani: “Il calcio finisce, la vita resta, e voglio sempre dare, come uomo, un ricordo importante”.